FRANCESCO TUMBIOLO (Pisa, 1969)
La “traccia” è una presenza costante nella pittura di Tumbiolo. Attraverso due percorsi distinti, l’olio e gli smalti, questa “traccia” emerge o annega. Nell’olio risale, dal fondo, visibile ma indistinta come la forza evocatrice di un ricordo; nello smalto resta sepolta, murata da strati di colore acceso e brillante. Proprio gli smalti, con le loro superfici dense e piatte, diventano il campo di nuove tracce che rievocano non più la figura, l’oggetto che risale in superficie, quanto piuttosto la vibrazione di un’onda magnetica, la riproduzione grafica di un suono. A volte queste irrequiete linee zigrinate costruiscono sulla tela delle griglie geometriche, dei grafici fantastici fatti di lampi elettrici domati e disposti da una forza che, in qualche modo, li “ordina”. Altre volte queste linee circondano figure, oggetti e paesaggi o, meglio, dovremmo dire che le figure su tali serpentine magnetiche si dispongono e si costruiscono. Come membrana sensibilissima il quadro vibra, assorbe e vive. Come la membrana sottile dell’orecchio o come la materia viva della memoria.
Lo spazio per Tumbiolo si costruisce attraverso delle reti invisibili come onde radio, e le tracce, i segni rappresentano gli attimi in cui queste onde si lasciano decifrare, come con un radar o una radiolina tascabile. La mente, la memoria, in fondo procedono per meccanismi analoghi. Dalla memoria, rete fittissima di fili irregolari, i ricordi, lontani e rimossi, emergono inattesi come segnali captati, a volte distorti a costruire una mappa nuova ma parziale del nostro passato.
Questo discorso non è applicabile soltanto alla sua
ricerca pittorica, sebbene rappresenti la sua principale attività a partire
dal 1996. Tumbiolo si apre infatti, di recente, alla possibilità di altri
linguaggi come quello dell’installazione: materia malleabile e “discorsiva”,
probabilmente più adatta a svolgere un aspetto nuovo, quasi teorico, della sua
indagine. Su questo terreno il tema della traccia nel tempo e nello spazio
appare più chiaro. Assumendo come punto di partenza l’istante congelato di
un’immagine fotografica (1:19) Tumbiolo ricorda allo spettatore,
immergendolo all’interno di una lunga traccia sonora, che quell’immagine non è
che un puntino, casuale o volontario, di un continuum temporale, di una
traccia nel tempo. Quel punto rimane l’unico indizio visivo di qualcosa che è
accaduto, un’impronta digitale sul luogo di un misterioso delitto, o un
brandello sbiadito di un ricordo rimosso dal nostro inconscio.
Anche Through the Looking Wall rappresenta il tentativo di rendere
visibile una traccia. Questa volta Tumbiolo costruisce la mappa di una sorta
di percorso visivo a raggi X, distribuendo in tutta l'ampiezza dello spazio
espositivo delle foto-trompe-l'oeil che sfondano piccole superfici di muro.
Francesco Mario Tumbiolo è laureato in Scienze
della Comunicazione all'Università di Siena, dipinge dal 1996 ed ha esposto in
alcuni spazi privati a Roma e a Pisa a partire dal 2000. Da qualche anno si
interessa di nuove tecnologie e di installazioni.
Anna Vasta