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soltanto
rari virus per i quali ci sono poi molti programmi di protezione.
Ma chi sta seduto davanti al monitor si sente ancora più stordito,
davanti ai modelli virtuali di uno spazio e davanti a quelli di modelli
fisico di strumenti musicali che possono produrre un suono inaudito, come
avrebbe voluto Busoni tanti anni fa.
Dagli inizi degli anni Settanta speravo che si arrivasse a rendere possibile
questa nuova dimensione spazio temporale e di infinite possibilità
di transcodificazione tra uditivo e visivo.
Malo malo malo
malo.
C'è una tendenza
nel compositore che lo rende vicino a Dedalo, quella di essere il progettista
despota di un comportamento che l'esecutore, coatto nelle sue scelte,
vive come un piccolo mistero cui deve obbedienza. Nello svolgersi del
lavoro analitico di studio lentamente la matassa semantica si scioglie
e si riaggrega nel tessuto di un plot musicale che disvela momento per
momento intenzioni e livelli semantici partiti dalla volontà dell'autore.
Ma dalla feticizzazione del progetto nell'oggettività stravinskyiana
e il sottile e feticistico addensamento, che da Schoenberg conduce alle
positivistiche ipercodifiche darmstadtiane, è esploso proprio questo
congelamento del ruolo dell'interprete, azzerato in comportamenti robotici
di un virtuosismo lucido e di stoica obbedienza al testo, sorretto anni
fa soltanto dall'impegno sociopolitico che ha sotteso la Neue Musik.
Ma c'è stata un'altra via, quella che parte dal Cuop des dés
di Mallarmé e Les Mots en Liberté, aggregati nelle
Tavole Parolibere di Marinetti, che sono stati una significativa
anticipazione della opera aperta in musica, proconizzata in qualche modo
dalla forma del tema con variazioni, apertura di vari percorsi
di trasfigurazione, dati dalle caratteristiche formali ed espressive del
tema.
Forse si deve proprio a Marinetti e le idee futuriste di aver sistematizzato
e teorizzato la natura spaziale del progetto grafico, nella tensione a
velocizzare l'azione fino a sclerotizzarla, congelando l'attimo del suo
divenire nel tempo, proprio immediamente prima della sua manifestazione
sonora.
Non solo in musica il processo creativo vive della creazione di elementi
e della loro combinazione, interpolazione, emulsione, dilatazione, moltiplicazione,
sublimazione, espansione, affermando e negando al tempo stesso. Capogrossi
ha dipinto tutta la vita il suo Apax Legomenon coniugandolo ininterrottamente.
Tra gradi zero di negazione del materiale, invenzioni pure di materiale
ed esercizi di stile, l'occhio metalinguistico dell'artista sorveglia
la sua produzione, in un alveo di quel fiume che ogni tanto nella storia
conduce a gorghi metalinguistici che fanno dell'arte un fatto concettuale.
Questo pensiero corrosivo assottiglia di molto il corpus di musiche che
oggi sono riproponibili, in una saturazione che ha portato al silenzio
del quale Webern si era fatto indicatore e nel quale si era accompagnati
da Feldam. Questo portava ad una staticità dell'evento che inevitabilmente
alzava il tiro sullo sguardo più che sull'ascolto. Mallarmé
e Marinetti hanno tanti predecessori, dalla poesia figurata medievale
a un fiorire di primi gioghi tipografici che qualche decennio prima delle
Tavole Parolibere si trovavano anche in libri di giochi, rebus, sciarade
e scherzi del genere. Di lì il passo è brevissimo: nel 1915
Arthur Vincent Lourié scrive i primi Suoni in libertà,
il brano pianistico di fondamentale rilevanza storica che si chiama Formes
en l'air, appunto, dedicato non a caso a Pablo Picasso.
Con questo lavoro si ha in musica per la prima volta l'idea di rompere
il percorso esecutivo, temporale e spaziale, che si snoda nei pentagrammi
come un normale diagramma. Per secoli si era cercata l'univoca modalità
di dare istruzioni cifrate per l'uso da mettere in pratica con
la massima obbedienza, rispettando il volere e la dimensione espressiva
presunta dal feticismo della scrittura che induceva ad una coazione fissa.
Con Lourié nasce una liberazione da tutto questo, un atteggiamento
di ipocodifica che chiama l'interprete al ruolo di co-auotore, più
libero e creativo, con due possibiltà che negli anni successivi
si sono sviluppate in modo antitetico;
1. una scrittura che chiede all'interprete di scegliere tra sentieri prefissati
2. un'altra che chiede la totale partecipazione creativa, negando i percorsi.
Questi due modi di stabilire il rapporto autore-esecutore possono essere
paragonati a un labirinto scavato con leggeri solchi sulla sabbia o una
azione di percorsi immaginari agita sulla sabbia senza che su di essa
vi siano indicazioni, come una coreografia danzata; ecco perché
il rapporto tra labirinto e danza è strettissimo, come fossero
la stessa cosa.
L'artificio non
è arte. Chi concepisce la tecnica come alcunché d'esteriore,
cade precisamente nello stesso errore di chi concepisce come alcunché
di esteriore la forma. La tecnica è il movimento libero spontaneo
e immediato della forma. Chi imita una tecnica, imita una forma, e non
fa arte, ma copia, o artificio meccanico. Sostituisce, a ogni modo, anche
qui, la riflessione alla natura, il ragionamento al libero movimento vitale.
Luigi Pirandello, Arte e scienza, pag. 59
I Turf Mazes
erano dei labirinti che nel medievo gli inglesi facevano sull'erba, la
tipica erba tosata; si dice che questa usanza fosse stata tramandata addirittura
dai tempi dei romani. In Mazes in the Wanton Green, G.Gigson scrive:
Il Turf Maze fu
un divertimento e una istituzione della città, del villaggio, della
vita di campagna: si trovava solitamente su un prato, sul terreno del
comune, sul luogo di riunione della fiera o in altro luogo tradizionalmente
adibito a giuochi e celebrazioni di varia specie.
Ho usato il nome di
questi labirinti sull'erba come titolo del concerto intermedia nel quale
presento una antologia di mie composizioni, scritte nell'arco di venti
anni, con dei sistemi di percorso di lettura tra la struttura mobile e
la idea di uno spazio non lineare quale quello della notazione tradizionale,
da sinistra verso destra, pagina dopo pagina, che squaderna uno scorrimento
temporale uniforme e rettilineo.
Dai pionieristici brani per pianoforte del 1915 di Arthur Vincent Lourié,
Formes en l'air - à Pablo Picasso, dove spezzoni di suono
galleggiano nel silenzio e quindi frammenti di notazione nella pagina
bianca, come le forme astratte di Kandinsky sul fondo delle campiture,
c'è tutta una storia di progetti compositivi tra la mappa e il
labirinto.
Marcel Brion, in un libro dedicato a Leonardo da Vinci, dice che il labirinto
nasce dalla unione di due elementi che sono frequentissimi in ogni espressione
figurativa: il nodo e l'intreccio:
Se noi combiniamo
i due motivi, quello aperto della spirale e quello chiuso dell'intreccio
otteniamo il motivo composito del labirinto, in cui l'intreccio interviene
per presentare al cammino del pellegrino quei rigiri apparentemente inestricabili
che lo fanno credere a una prigione senza speranza, mentre la spirale
gli riserva, al termine di un lungo errare e di una costanza paziente,
il conforto della salvezza, ossia l'arrivo della camera interna.
Quando negli Anni
Sessanta, la pratica della struttura mobile fu ripresa da Stockhausen,
già Brown e Cage avevano teorizzato una metafora dello spazio per
la quale il progetto grafico di una composizione poteva essere considerato
una mappa immobile con un suo valore visivo autonomo dal percorso temporale
- successivo - del suono.
Secondo i cretesi...il
labirinto era una prigione dove non c'era altro male da temere che l'impossibilità
di fuggire, una volta chiusi là dentro.
Plutarco, Teseo, 16, I
Nel terzo millennio
alle porte ricorderanno la seconda metà del Novecento per la collissione
tra calcolo e caso, tra numero e ideogramma, che poi sono l'espressione
in musica del corrispondente scontro in arte tra concetto e oggetto. Si
può dire che è stato il labirinto a sintetizzare una pratica
intermedia tra la coazione univoca della scrittura tradizionale e la libertà
ai confini della improvvisazione che l'esecutore, in quel caso anche co-autore,
si trovava ad avere davanti a mappe a volte assolutamente generiche, come
Edges di Wolff o December 1952 di Brown, per non citare
la mole di composizioni coeve di Cage.
L'autore iniziava così un delirio di onnipotenza sull'esecutore,
esorcizzando con pratiche di scrittura arbitraria di azione, ogni
possibile comportamento libero del performer, in qualche modo sempre ascrivibile
a possibili previsioni in partitura. E' il problema della paternità
di tante composizioni, come le ormai celebri pittografie di due dei Five
Pieces for David Tudor di Bussotti, che nel loro magnifico impatto
visivo, rimangono apete a qualsiasi esito sonoro. Per anni Cardini ha
suonato in concerto alcuni di questi brani pianisitci che figuravano scritti
da Bussotti, mentre la mise en scène sonora vedeva il Cardini
impegnato in una improvvisazione su schemi che è difficile far
risalire al progetto grafico, se non per l'osmosi di poetica che si creava
in quegli anni tra autore e interprete, in quel caso spesso impegnati
nello stesso concerto. Ma il pubblico è sempre, purtroppo, escluso
da queste considerazioni. Da molto tempo lamento il fatto che chi ascolta
non sia spesso informato su quale sia il rapporto autore - esecutore,
in che modo cioè si arriva alla produzione sonora nel vasto arco
di possibilità che va dalla quasi totale improvvisazione (si ricordi
lo storico Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza degli
Anni Sessanta), al feticismo della scrittura che impone performances incredibilmente
ardue (come quella eroica di Pollini nel KlavierstuckX di Stockhausen).
Mentre il risultato sonoro potrebbe essere anche tale da somigliarsi,
la poetica che sta dietro al progetto, se conosciuta, svela aspetti semantici
assai diversi.
Parliamo ora anche
di labirinti, l'opera davvero più spettacolare per l'umana mania
di spendere e per niente favolosa come si potrebbe pensare. Ancora sussiste
in Egitto...quel labirinto che dicono fu costruito per primo più
di 3600 anni orsono. Che di qui Dedalo prendesse modello per il suo labirinto
di Creta è fuor di dubbio, ma egli ne imitò soltanto la
centesima parte che contiene il groviglio circolare delle vie e i corsi
e i ricorsi inesplicabili e non, come vediamo nei pavimenti in mosaico
o nei giochi campestri dei ragazzi, una stretta via o corridoio in cui
si pùò camminare per più miglia, bensì un
vero e proprio edificio con frequenti porte messe lì a rendere
ingannevole l'andata e far ritornare il passo al punto di prima...Non
è possibile descrivere la pianta e le diverse parti...già
stanchi di camminare arrivano i passaggeri a quel groviglio inestricabile
di vie.
Plinio, Nat. Hist., XXXVI, 84
Stiamo parlando di
una forma estremamente complessa, con una casistica enormemente varia,
che ha suggestionato anche l'immaginario di molti musicisti che nell'arco
degli ultimi quaranta anni hanno sperimentato un imponente numero di progetti
compositivi con criteri ascrivibili a alcuni casi delle tipologie del
labirinto sopraelencate.
Il mio sogno
Confuso labirinto
di stelle annerite
il mio sogno irretisce
quasi marcio.
Federico Garcia Lorca (trad. Oreste Macrì)
C'è forse nel
compositore una tendenza che lo avvicina a Dedalo, quella di essere il
progettista despota di un comportamento che l'esecutore, coatto a delle
scelte, vive come un piccolo mistero; per quanto possa aggirarsi liberamente
dentro le scelte di percorso, chi esegue non è colui che ha pensato
la mappa che queste scelte racchiude.
Nel mito del labirinto, che riduce il mistero universale a uno schema
enigmatico, si individua una figura archetipica. Le strategie labirintiche
che si possono trovare in una partitura musicale sono assai meno cariche
di questa portata mitica, ma il risultato sonoro di simili procedimenti
rappresenta una sintesi spesso felice tra determinazione e indeterminazione.
La fuga dalla impostazione lineare coatta Gutemberghiana crea piani sintattici
multipli e con essi una fertile dimensione sintattica nuova.
E' in fondo una strada analoga al cammino dedalico compiuto da Stravinsky
nell'arco della sua produzione, dal Sacre du Printemps alle Lamentazioni
di Geremia, che possono essere considerate un revival di un manieristico
ricercare che trovava nella grammatica della formulazione sonora una tecnica
labirintica che si ricollega idealmente al giovane Monteverdi.
The fold stands
empty in the drowned field
And crows are fatted with the murrion flock;
The nine men's morris is filled up with mud,
And the quaint mazes in the wanton green
For lack of tread are indistinguishable.
Shakespeare, A Midsummer Night's Dream, 2.1.95-100
Dedalo, dice la fama, fuggendo dai regni minoici,
audacemente affidatosi al cielo su penne veloci,
volò verso le gelide Orse per un insolito
cammino e leggero alfine si fermò
sulla rocca calcidica. Appena reso alla terra
ti consacrò, Apollo, i remi delle ali
e un gran tempio ti eresse. Sulle sue porte
è effigiata nell'oro la morte dell'Androgeo;
ci sono gli Ateniesi obbligati ogni anno
a pagare un pietoso tributo: sette giovani
tirati a sorte. Di contro si leva alta dal mare
la terra di Cnosso: si vede l'amore bestiale
del toro, Parsifae sottoposta a quel toro
in un simulacro di vacca, e il Minotauro, razza
mista e biforme, frutto di un empio accoppiamento;
e c'è l'inestricabile labirinto di Dedalo, pietoso dell'amore di
Arianna,
dipanò
guidando con un filo i passi di Teseo
Virgilio, Eneide, VI, 14-30 (nella versione di Cesare Vivante).
In Turf Mazes
ho lavorato coin Maurizio Giri ad una trasformazione live del segnale
sonoro dentro percorsi che modulano i parametri come melodie labirintiche,
Klangfarbemelodien che la fonostereocinesi fa muoveretra gli altoparlanti.
Si può dire con Umberto Eco che non esistono antilabirinti,
ma si può anche dire che non esistono polifonie labirintiche: il
percorso è solitario, monodico, affronta da solo il Minotauro,
che forse è soltanto il terrore claustrofobico.
Un antologia, quindi, che a distanza di tanti anni mi ha costretto a guardare
indietro e conferma come alcune idee abbiano una forza fascinatrice che
inconsapevolmente attanaglia e ricorrano in modo inconscio, finchè
un giorno ci se ne accorge, ed è come guardare per la prima volta
un colonnato nel suo prospetto, dopo aver fissato a lungo una sola colonna,
quella che sta davanti a noi coprendo la visuale prospettica di tutte
le altre.
Il mito dedaleo
di Creta riduce il mistero del mondo ad uno schema enigmatico. Quel simbolo
ebbe una immensa forza ispiratoria. Esso portò gli uomini a ripetere
lo schema in un insieme di gesti umani primari....in cui quel segreto
viene rivissuto dinnanzi ai nostri occhi in figure fittizie...
Gustav René Hocke, Die Welt als Labirinth, vol II, 204-205
©
2002 - Camilla Macro
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