TAKU HARADA (Sendai, Giappone, 1973)
Una delle prime opere di Taku Harada, Zenith del 1996, racchiude in nuce già tutti gli elementi ricorrenti nel suo lavoro: nel circolo di rami sospesi appena sotto a drappi di tessuto chiaro, grezzo, al centro di un ambiente illuminato da una luce che si direbbe mistica, si scorgono quei materiali cari all’artista che con modulazioni diverse, nelle variazioni dello stesso tema – Matrix variation è il suo primo ciclo di opere che si snoda fino al 1998 –, verranno usati in dimensioni per lo più monumentali in installazioni temporanee, ossimoro portato al culmine nel suo iter artistico. Le frasche, infatti, ritornano nel 2000 con grande potenza in Drayad a formare il corpo di una donna e in Nine, pannello di m 5,68 x 5,68 in cui dialogano cedro giapponese lavorato e rami naturali, riflessione su quel pensiero, analogo alle architetture di Tadao Ando, circa l’equilibrio assoluto tra la forma data dal lavoro dell’uomo e il materiale di cui è fatta. In Zenith, inoltre, è già presente, oltre all’elegante senso delle proporzioni sempre ricercato, anche quel materiale colorante che dà vita alle sperimentazioni più interessanti dell’artista che, a partire da Infiltration, studia sempre con più acume il fenomeno fisico della capillarità dei liquidi con una visione nuova che, indugiando in modo sublime sulla lenta e intima penetrazione della sostanza colorante nelle fibre, fino all’ultima essenza, genera “innermost”, principio ispiratore del secondo ciclo di opere.
Nascono così nel 2001, Innermost gravitation – in mostra –, Innermost resounance, Innermost visions, Pathos forbidden, accomunate dalla presenza di una vasca dalle grandi dimensioni il cui liquido, sfidando le leggi di gravità, diventa linfa vitale delle fibre e le muta secondo dopo secondo, lasciando “tracce” del suo passaggio nei drappi sospesi o poggiati. Ma è la collocazione in un parco di Pathos forbidden, altra edizione di Innermost gravitation, a far cogliere fino in fondo il senso di queste opere che della natura fanno propria ogni possibile vibrazione e mutazione riflettendo nella superficie specchiante il trascorrere delle nubi, del giorno e della notte, fino a che il tessuto di lana appena emergente non viene completamente sommerso secondo un divenire che dalla natura nasce, nella natura vive e finisce, con una poetica che solo la cultura orientale poteva produrre. E l’osservatore è parte integrante di questa dinamica come ci svela a margine l’opera stessa: “If anyone forbid me, I reflect you, your mind and your undiscovered vision, in this deep sky”.
L’artista ha esposto continuativamente dal 1996 a oggi in numerose esposizioni personali e collettive principalmente in Giappone, a Morioka City e Sendai City. Scoperto dalla Galleria Art Point Black di Firenze, dal 2003 in Italia partecipa a importanti rassegne come Arte Fiera di Padova e Sconfinarte di Trento.
Maria Elena De Luca